PERSONAGGI  STORICI 

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Feldenkrais teaches judo to Joliot-Curie

Il fondatore del “sionismo politico”

Il giovedì successivo Ruben si recò all’appuntamento che aveva preso con Irène Curie, entrando emozionato in quel palazzo che era stato costruito appositamente perché la mamma di Irène, Marie Curie, vi potesse portare avanti le proprie ricerche, che le avrebbero fruttato non uno, ma ben due premi Nobel, nel 1903 e nel 1911. 

Irène lo accolse nel suo studiolo, indossando il solito camice bianco, con i capelli scuri acconciati semplicemente e senza un filo di trucco. L’abbigliamento faceva trasparire la modestia di una donna che con il marito aveva ricevuto il Nobel due anni prima, nel 1935. L’espressione seria lasciava talvolta spazio a un sorriso accattivante.

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Moshé Feldenkrais era nato in Ucraina e dopo varie vicende, compreso un lungo periodo in Palestina dove aveva fatto il liceo, stava ora prendendo il dottorato in fisica a Parigi, lavo­rando come ricercatore nell'Istituto. 

Quando entrarono, Ruben, che ormai si stava abituando ai co­stumi più strani, lo vide scattare in piedi e fare un mezzo inchino ritsu-rei. Irène si limitò a un saluto cordiale e presentò i due gio­vani. «Moshé ha la cintura nera di judo e ha fondato il Ju-Jitsu Club di Francia» spiegò a Ruben. «Quando abbiamo un po' di tempo libero in laboratorio, ci da lezioni di Judo, a me e a mio marito.» Poi, con un minimo cenno del capo, lanciò un’impercet­tibile occhiata a Moshé e, avendone ricevuto in cam­bio il muto consenso richiesto, aggiunse: «Se vuoi, potresti unirti a noi.»

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Rare footage of Frédéric Joliot-Curie and Moshe Feldenkrais practice Judo in Paris, 1937. 
https://www.facebook.com/en.feldenkrais.pro/videos/138750850012164/

“I miei nonni sono stati massacrati dagli arabi a Gerusalemme, quando ero piccola”, rispose tutto d’un fiato. 

Ruben sbarrò gli occhi. 

“È terribile! Cos’è successo?”. 

Danielle partì dall’antefatto. 

“I genitori di mia mamma vivevano qui quando Dreyfus è stato accusato di tradimento. Mio nonno era giornalista. È stato incaricato di seguire tutto il processo. Herzl era nel tribunale come inviato di un giornale austriaco e sono diventati amici. Dopo la guerra il nonno fu incaricato di acquistare le terre che i latifondisti arabi vendevano a caro prezzo. Affittarono una casa a Gerusalemme e ci andavano spesso. Nel ’20 gli arabi hanno fatto un pogrom nella Città Vecchia e i nonni furono tra le vittime.  

Sono sepolti nel cimitero sul Monte degli Ulivi. In casa si evita di parlarne. Io però, nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, dopo il Baccalauréat volevo fare l’aliyah. Papà ha smesso di parlarmi finché non mi sono iscritta alla Sorbonne”.

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“Aiutarti? Ben volentieri!” rispose Danielle per tutti, “Cosa possiamo fare?”. 

“Voglio farvi delle domande. Voi siete venuti via da Parigi in questi giorni di grande fuga. Io ero già qui da qualche mese. Però nel mio libro voglio raccontare questo esodo in massa. Voglio approfondire la psicologia delle persone”. 

“Infatti ne abbiamo viste di tutti i colori”, commentò Miriam. 

“Studiando gli individui in una situazione particolare si possono trovare i caratteri universali della condizione umana. Questo voglio riuscire a fare”. 

Si congedò con la promessa di ritornare l’indomani. 

“Purtroppo hanno proibito la pubblicazione dei miei libri. Se mai lo finirò, rischia di essere un’opera postuma”, aggiunse con amarezza prima di uscire. 

L’autrice fu preveggente perché il manoscritto di Suite française fu trovato dalle figlie e pubblicato a Parigi dopo la sua morte.

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“È chiaro che abbiamo tra di noi una spia. Forse qualcuno che ha accesso ai verbali. Forse è addirittura qualcuno che partecipa alle riunioni con me. Con il Führer! Voglio che se ne occupi lei. Non mi fido neppure di Canaris, non mi fido dei suoi generali e nemmeno delle sue segretarie. Sono bravi a raccogliere informazioni, ma non sono sicuro che le usino bene. Non mi fido di nessuno dell’Abwehr!”. 

Jawohl, Mein Führer!”, rispose con malcelata soddisfazione il capo dei servizi di intelligence della Gestapo, battendo i tacchi per congedarsi. 

La sua rivalità con il suo omologo dell’esercito era ben nota. Risolvere questo problema poteva portare all’incorporazione dell’Abwehr nella Gestapo.

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Fu Ruben a diffondere, tra le altre, la notizia segreta, trasmessa in codice a Roma dall’ambasciatore italiano a Istanbul, che il gran muftì di Gerusalemme era disposto ad aprire all’Italia la strada verso il petrolio arabo, volendo però in cambio armi e denaro e che gli italiani bombardassero in Palestina non solo porti e fabbriche, ma soprattutto i quartieri civili di Tel Aviv abitati dagli ebrei. 

Quando gli italiani effettivamente distolsero le loro scarse forze aeree dagli obiettivi strategici di Haifa per bombardare a tappeto i quartieri residenziali ebraici di Tel Aviv, attaccando volutamente centinaia di civili e uccidendo 137 persone, la fama della T.I.N.A. si consolidò. Ci fu una reazione a catena quando anche le testate che i due giovani ritenevano fuori della loro portata vollero abbonarsi.

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All’aeroporto Tatiana Romanova, la responsabile dell’ufficio cifratura all’ambasciata sovietica, sapeva a quali poliziotti rivolgersi e come concedere i propri sorrisi per accelerare la procedura. 

I passaporti diplomatici furono esaminati senza domande, rispettosamente, e i bagagli con l’Enigma non furono esaminati. 

I due giovani, usciti dall’aeroporto, erano liberi, in un paese neutrale dove nessuno li conosceva, con una quantità più che sufficiente di franchi svizzeri e di sterline britanniche. 

Presero un taxi e si recarono nell’albergo che la loro guida aveva indicato. Non uno dei numerosi grand hotel di Istanbul – il Pera Palace di fronte al consolato americano, il Park Hotel di fronte al consolato tedesco – che brulicavano di spie e dove non volevano essere notati. Il Bachara Hotel, con le sue trenta piccole camere, non era lussuoso, ma era pulito e gradevole. 

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Tatiana Romanova non è un personaggio storico. È la spia del KGB di Istanbul che Ian Fleming affianca a James Bond in "007 dalla Russia con amore". Nel film fu interpretata dall'italiana Daniela Bianchi.

 

“Non so, e non voglio saperlo, che servizi avete reso ai sovietici. Evidentemente non è cosa da poco. Devi essere una persona eccezionale se, alla tua età, hai guadagnato tanto credito”. 

“E quindi?”, il tono di Ruben era decisamente aggressivo. 

“E quindi credo a tutto quello che mi avete detto. Ora è il mio turno di parlare”. 

Non dissero nulla e Ruben gli fece cenno di proseguire. 

“In realtà, qui sono il responsabile dell’intelligence dell’Agenzia Ebraica. Ben Gurion, il presidente della Sochnut, mi ha mandato qui sei mesi fa per costruire una rete di contatti con i leader ebrei nei territori occupati dai nazisti. Vi interessa sapere a che punto siamo?”.

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Per Ben Gurion, Teddy sarebbe diventato sempre più prezioso. Tutto quello che gli avesse chiesto di fare lo avrebbe fatto: anche il lavoro sporco, molto sporco, per eliminare i suoi avversari politici ebrei. Non sempre però Kollek era all’altezza dei suoi incarichi. 

Quando seguiva le istruzioni di Ben Gurion si muoveva come uno schiacciasassi e raggiungeva i suoi obiettivi. La sua personalità estroversa, però, poteva farlo agire incautamente e lo rendeva poco adatto al ruolo di agente segreto. Più che le attività di intelligence, amava la gestione del potere. 

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Von Papen, l’ex cancelliere tedesco che Hitler, per allontanarlo da Berlino, aveva nominato ambasciatore, era seduto con un collaboratore a un tavolo vicino quando un sacerdote in abito talare uscì dalla porta di una saletta riservata e lo invitò a seguirlo. 

Alla fine del pasto, Teddy stava gustando la halvà preparata dai migliori halvari di Istanbul, quando Von Papen uscì dalla saletta, al fianco del nunzio apostolico Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, con la fascia rosso-violacea che lo cingeva in vita, seguito da un piccolo corteo. 

Teddy sapeva che quel nunzio incontrava regolarmente i rappresentanti dell’Agenzia Ebraica negli uffici dietro la chiesa cattolica di Pera e che aveva già contribuito a portare in salvo un gran numero di ebrei. Immaginò, o perlomeno sperò, quale potesse essere l’oggetto del loro colloquio: la nave carica di bambini ebrei tedeschi che era miracolosamente sfuggita a ogni controllo e si trovava in quei giorni ormeggiata nel porto di Istanbul.

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L’ambasciatore aprì il pacchetto e ne estrasse una medaglia, la Stella dell’Ordine di Lenin. Prese quindi il foglio contenuto nella busta e lo lesse, appuntando l’onorificenza al petto di Ruben. Era firmato da Joseph Vissarionovich, che metteva tra parentesi il soprannome che si era scelto, Stalin. Era intestato a Ruben Herkowits (Andrei Simonov) e la motivazione recitava: “Per i servizi particolarmente importanti nella difesa della patria socialista, rafforzando la capacità difensiva dell’URSS”. 

“Naturalmente non specifica quali servizi. Io aggiungo però che, mettendo a rischio le vostre vite, avete raccolto e fornito informazioni preziose, dando un contribuito decisivo alla sconfitta definitiva del nazismo, che è ormai vicina”. 

(Pag. 215)

“Poi la sorpresa. Non so perché, ma quando i nazisti hanno invaso la Russia, ci hanno amnistiato”.

“Perché?”.

“Cosa ti ho appena detto? Non so perché. Uno che i sovietici avevano deportato dalla Lituania prima di noi era già stato liberato. Ma quello si sa perché: perché aveva il passaporto polacco”.

“Chi era il polacco? L’hai conosciuto?”.

“Era un bravo giovane. In Polonia era stato il capo del Betar. Dalla Polonia si era rifugiato in Lituania, ma da lì i sovietici hanno deportato tutti i capi dei movimenti sionisti. Era già a Pechora quando sono arrivato. È stato liberato pochi mesi dopo, perché i russi hanno fatto la pace con il governo polacco in esilio e hanno liberato tutti i cittadini polacchi che si sono arruolati nell’esercito di Anders”.

“Il suo nome?”.

“Menachem. Menachem Begin. Voleva a tutti i costi andare in Palestina. Io, insieme ad altri, sono stato trasferito a Biysk, in Siberia, giù verso la Mongolia”.

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